Il making è di tutti

Screenshot 2014-02-08 22.00.25Quello dei maker è un fenomeno interessante e affascinante da tanti punti di vista. Creare è l’obiettivo ultimo dell’essere umano e ora che strumenti creativi senza precedenti sono a disposizione delle persone comuni non c’è limite a quello che potrà accadere. Creare robot in un certo senso è come ricreare sé stessi. Stampare in 3D gli oggetti dà la possibilità di modellare la materia. Questo fenomeno è nato in maniera spontanea ed è incentrato su alcuni concetti inalienabili: la libertà di creare, la condivisione delle idee creative e quindi l’open source come stile di vita.

Open source vuol dire apertura totale e, anche se ci sono persone che sono più portate, più appassionate o semplicemente più capaci a creare, non vuol dire che debbano rinchiudersi in sé stesse. Chi arriva dopo non solo ha lo stesso diritto di accedere a ciò che la comunità creativa ha saputo realizzare fino ad ora ma, anzi, deve essere accolto, aiutato, coinvolto senza bisogno di requisiti, associazioni, e strane ONLUS. Nel mondo è così: i maker sono le persone più aperte che ci sono. I veri FabLab sono aperti a tutti, a qualsiasi forma di partecipazione.

Non c’è, non ci può e non ci deve essere competizione tra FabLab. Non possono esistere associazioni che dicono che se vuoi entrare in questo mondo devi passare attraverso loro. Io non sono un maker. Non ho particolari abilità creative o meccaniche. Scrivo (e cucino, coltivo peperoncini…), questo è il modo in cui esprimo la mia creatività. Però il fenomeno dei maker mi affascina per i suoi ideali, e perché adoro i robot, la tecnologia e la meccanica. Adoro vedere ciò che è possibile creare e adoro vedere come ciò che fino a poco era fantascienza ora è realtà.

Per tutte queste e alcune altre ragioni non capisco a cosa serva la fondazione Make in Italy, che si autodescrive come “la fondazione dei FabLab dei Makers”. Le premesse, almeno a parole, potrebbero essere condivisibili: aiutare chi non ha i mezzi a esprimere il proprio talento. Poi però poi sovvengono i dubbi. “Sostenere i sogni e i bisogni degli innovatori migliori”: perché i migliori? Cosa vuol dire i migliori? Chi crea crea, non c’è un migliore.

Dire “vogliamo aiutare gli innovatori migliori” equivale a dire “vogliamo aiutare chi decidiamo noi” e in Italia questo quasi sempre vuol dire “i nostri amici”. Perché in Italia è sempre così. Che bisogno c’era di creare un’associazione? Se volete aiutare i creativi andate nei FabLab e aiutateli. Fondate un sito, un business, un incubatore. Non una ONLUS

Il nome ufficiale dell’associazione è Make in Italy Cdb Onlus. Del consiglio direttivo faranno parte i rappresentanti dei FabLab e le realtà che “stanno contribuendo a portare la cultura del ‘fare’ digitale in Italia”. Anche qui la cosa puzza. Già ci si immagina una specie di mafia dei FabLab: vuoi creare in Italia? Devi passare da noi. Solo che c’eravamo già noi qui, quindi tu arrivi dopo. Mettiti in coda. Poi le inevitabili divisioni interne, la nascita di nuove associazioni che si scontrano con quella che c’era prima e così via. Evitate di fare l’associazione, la fondazione, la onlus, il gruppo, la mafia chiamatelo come volete. Create se volete creare, aiutate i creativi se volete aiutarli ma basta con i gruppi e le conseguenti esclusioni dal gruppo.

In Italia non esiste la collaborazione competitiva. Tutti guardano sempre al proprio orticello e formano associazioni con chi ha gli stessi interessi diretti. Il fenomeno dei maker, invece, è un’espressione della natura e dell’evoluzione umana. La caratteristica che lo definisce è l’open source. Far confluire le realtà creative in un’associazione con inevitabili regole e interessi non può che soffocarle.

La Camera di Commercio di Roma ha permesso di realizzare la Maker Faire. Non l’ha certo fatto per beneficenza e non c’è nulla di male in questo. L’ha fatto perché, giustamente, intravede un potenziale. Quindi che bisogno c’è di riservargli un posto nel consiglio direttivo? Cosa c’entrano? Perché l’associazione italiana dei FabLab deve essere in qualche modo collegata alla – e quindi condizionata dalla – Camera di Commercio di Roma che, come qualsiasi organo amministrativo in Italia, è suscettibile a conflitti d’interesse se non peggio?

I fondatori della Make in Italy Cdb onlus hanno creato l’associazione seguendo l’invito di Neil Gershenfel, visionario professore del MIT e uno dei primi a studiare il fenomeno del making e della fabbricazione personale. Studi pubblicati nel suo libro del 2005 Fab, The Coming Revolution on Your Desktop – From Personal Computers to Personal Fabrication (2005). La sua ricerca riguarda la fabbricazione personale e in particolare la creazione di associazioni per sostenere la nascita di Fab Lab nel terzo mondo, dove davvero, attraverso il contributo di associazioni no-profit, possono cambiare l’economia e la qualità della vita di intere comunità. Forse i fondatori di Make in Italy vedono l’Italia come un Paese del terzo mondo?

Ad ogni modo tutti questi sarebbero solo i dubbi di qualcuno che non si fida dell’Italia e delle sue “associazioni”. Eppure a guardare bene i nomi dei fondatori questi dubbi diventano veri e propri timori. Riccardo Luna, primo direttore di Wired Italia, è il vicepresidente dell’associazione. Giornalista appartenente al gota dei giornalisti di tecnologia italiani che poi sono la ragione per cui quasi sempre le notizie delle aziende Hi-Tech italiane che scoprono o inventano qualcosa escono prima all’estero. Luna ha il merito di essere stato tra i primi a interessarsi al movimento dei maker (ben 2-3 anni fa!) e il demerito di non aver fatto abbastanza per far capire ai suoi lettori italiani e al mondo che le tecnologie di stampa 3D in Italia, a livello industriale, le usiamo da 20 anni, che siamo il terzo utilizzatore globale di stampa 3D. Il movimento dei maker poteva nascere in Italia non doveva limitarsi a seguire l’onda che arriva da nord, est e ovest. Ma i “grandi visionari” dell’Hi-Tech Italiano purtroppo si limitano a copiare le idee che arrivano dall’estero. Forse è per quello che Wired Italia è quasi interamente tradotta dall’inglese.

Purtroppo in Italia chi c’era prima dedica tutta i suoi sforzi a restare davanti a chi arriva dopo, invece di pensare a come aiutare tutti gli altri a crescere. La controprova è nell’articolo di Luna su CheFuturo.it, in cui annuncia in pompa magna la nascita dell’associazione. Alla fine dice che ci sarà la presentazione ufficiale, a Torino, il 14 febbraio. Uh-hu. Peccato solo che non dica dove si terrà. Certo, con un po’ d’impegno si potrebbe trovarlo, ma il messaggio è chiaro: “Non sai dov’è perché non fai parte del giro. Non abbiamo bisogno di coinvolgerti davvero, volevamo solo farti sapere quanto siamo fighi e quante cose belle stiamo facendo in ambito makers”.

Tra tutte le entità coinvolte, il nome che però fa più paura di tutti è quello dell’imprenditore italo-svizzero Carlo de Benedetti, presidente del gruppo l’Espresso e coinvolto in mille altre imprese con interessi enormi e non sempre limpidissimi, in pratica il Berlusconi della sinistra (o della pseudosinistra) italiana. De Benedetti, nominato presidente onorario, è quanto di più lontano possa esistere dal mondo open source, basti pensare che su sua attività di lobby il governo italiano ha fatto passare una legge per impedire i link alle notizie su Internet. Forse persino Berlusconi stesso sarebbe stato un presidente onorario più credibile.

C’è poi Massimo Banzi in qualità di presidente. Non conosco il progettatore di Arduino personalmente ma da tutto quello che ho letto su di lui e dai suoi tweet lo reputo una persona limpida, carismatica e dotato di una visione chiara del mondo presente e futuro. La sua adesione, in prima fila, al progetto, aiuta a renderlo (il progetto) molto più credibile ma ciò non cambia la mia opinione: il termine associazione, in Italia, fa troppo pensare alla mafia, mentre il termine fondazione fa troppo pensare alla chiesa. Non si potrebbero semplicemente creare società, con fini di lucro, che abbiano l’obiettivo di creare ricchezza per tutti e quindi un interesse diretto a far crescere tutti? E che poi, magari, paghino anche le tasse?

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