La stampa 3D con Iris Van Herpen nell’olimpo della haute couture

È il momento dell’anno in cui le ultimissime collezioni di moda sfilano sulle passerelle di tutto il mondo, e per la quinta volta consecutiva Iris van Herpen ha svelato una haute couture e una ready-to-wear che utilizzano la stampa 3D. Nonché la sua collezione consecutiva numero nove in assoluto.

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Come riporta la nostra amica Rachel di 3Dprintingindustry.com, il 6 marzo miss van Herpen ha mostrato Biopiracy, considerata la sua collezione più ambiziosa e di sicuro la più ricca fino a oggi, a Les Docks – Cité de la Mode e du Design di Parigi. 26 pezzi in tutto e un gran finale costituito da un modello stampato in 3D, realizzato in collaborazione con la società di stampa in 3D Materialise e l’architetto austriaco Julia Koerner. Il vestito numero 11 stampato da Iris van Herpen in 3D la dice lunga sulla sua esperienza e sulla sua evoluzione come stilista affascinata dalle possibilità del 3D e spesso legata alle capacità della stampa in 3D belga, quella targata Materialise, per intenderci, nella cui produzione nutre la massima fiducia.

Nello specifico, per questo modello Iris van Herpen ha utilizzato ancora una volta il materiale flessibile per stampa in 3D TPU 92A-1 di Materialise, che abbiamo visto anche l’anno scorso nella collezione Voltage. Tuttavia, per la Biopiracy del 2014 Iris e Julia hanno collaborato per andare oltre i limiti sia del TPU 92A-1 sia del processo di stampa Laser Sintering 3D. E ci sono riuscite. L’esperienza di Materialise con il suo software brevettato Magics è stata inoltre introdotta e sfruttata per ottimizzare il design del modello per il processo di stampa 3D. Lo staff di Iris si è poi adoperato per ricoprire i risultati in 3D col silicone, in modo da regalare una patina di lucentezza a questo modello scivolato e flessibile. Grazie alla complessità e al movimento del disegno, che ben si vedono anche nelle foto, il vestito è stato accolto positivamente dai critici, così come le scarpe e gli stivali stampati in 3D e abbinati (in collaborazione con United Nude). Ma quello che soprattutto traspare dalla creazione di Iris van Herpen è il progresso raggiunto dalla stampa in 3D, sia in termini di materiali che di tecnologia. E non si fermerà qui.

IvHaw1415-1251_1-LRGParlando della nuova collezione, Sven Hermans, Account Manager di Iris van Herpen a Materialise, ha detto: “È stato un piacere lavorare ancora una volta insieme a Iris e a Julia e mettere alla prova i software e le macchine di Materialise. Dopo aver osservato da vicino il vestito nel backstage e aver visto la grazia con cui si è mosso in passerella, posso essere davvero fiero dei risultati che Iris van Herpen, insieme a Julia Koerner e Materialise, hanno raggiunto.

La storia di Iris van Herpen e Materialise
La collaborazione fra Iris van Herpen e Materialise comincia nel 2010 con la collezione Crystallization, realizzata grazie al supporto dell’architetto Daniel Widrig e mostrata durante la fashion week di Amsterdam. A questa seguono poi 4 pezzi nella collezione del 2011 Escapism, a sua volta realizzata insieme a Widring, che debutta con grande successo di critica nella fashion week – haute couture di Parigi. Uno dei modelli finali per la collezione 2011 svolge anche un ruolo centrale nell’esibizione intitolata The New Craft: Iris van Herpen e il suo Inspiration al museo Centrale di Utrecht così come in passerella a Parigi con la collezione Capriole. Noto come “il vestito scheletro”, il modello è stato realizzato in collaborazione con l’architetto Isaïe Bloch.

Nel gennaio 2012, Iris van Herpen svela la sua seconda collezione in qualità di special guest dell’esclusivo haute couture club – Micro Haute Couture – ancora una volta insieme a Bloch. In questa occasione compie un ulteriore passo in avanti placcando in metallo il suo modello stampato e regalandogli un fantastico finish bronzeo. Più tardi quell’anno lavora con l’architetto Julia Koerner per la sua collezione Autunno/Inverno 2012/20123 – Hybrid Holism – nella quale sperimenta per la prima volta la macchina di stereolitografia Mammoth. Il risultato è un abito stampato in 3D e definito da uno strabiliato spettatore “miele liquido”.

Dopodiché, nel gennaio 2013 è tempo di una sfida forse ancora più ambiziosa: un nuovo materiale sperimentale, il TPU 92A-1, utilizzato per creare un modello morbido e flessibile, di incredibile complessità, nella collezione Voltage. Disegnato ancora una volta in collaborazione con Julia Koerner, il modello presenta un’intricata trama in pizzo creata col laser (un processo detto Laser Sintering), che sarebbe stata impossibile da realizzare in altro modo. In seguito, compie un ulteriore coraggioso passo verso l’ignoto con la collezione Wilderness Embodied, dando vita a una creazione ibrida grazie all’utilizzo contemporaneo della stampa in 3D e della manifattura tradizionale. L’abito è costituito da strutture uniche e trasparenti, simili a ossa, prodotte con la macchina di stereolitografia Mammoth e poi rivestite in silicone dallo staff di Iris, un processo che richiede grande abilità nonché settimane di lavoro. Il risultato finale è, come sempre, strabiliante.

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