Rischi ed opportunità della stampa 3D consumer

La decisione di Amazon, lo scorso luglio, di rendere pubblico il suo interesse per la stampa 3D ha catalizzato l’attenzione del mondo e del mercato Hi-Tech che, fino a quel momento, era stato solamente solleticato dalle tante presentazioni di prodotti avvenute al CES di Las Vegas a inizio 2014. Un anno fa la stampa 3D era ancora qualcosa di misterioso, un fenomeno passeggero che entusiasmava più a livello teorico che pratico: la possibilità di creare oggetti reali da modelli 3D virtuali apriva scenari mozzafiato ma si scontrava con i limiti effettivi, tecnici e operativi, dell’hardware disposizione.

cube connect

Oggi, a meno di un anno di distanza, tutto è cambiato. La stampa 3D consumer, un’evoluzione delle tecnologie di prototipazione rapida e manifattura additiva che, a livello industriale, esistono da quasi 30 anni (e sì: permettono di realizzare oggetti reali, in plastica o metallo, da un modello digitale), si sta evolvendo un ritmo vertiginoso: le stampanti 3D personali costano meno e, allo stesso, tempo sono più evolute e facili da utilizzare; i servizi di stampa 3D online e offline si moltiplicano a macchia d’olio, facendo leva sulla voglia dei consumatori di prodotti unici, personalizzabili e impossibili da realizzare attraverso le tecniche manifatturiere tradizionali.

Home_Depot_1

La stampa 3D consumer non scomparirà ma anzi si appresta a entrare nelle case, aprendo la possibilità di realizzare – al momento e “on demand” – oggetti di ogni genere, oppure di personalizzarli online e farseli produrre su misura attraverso stampanti 3D industriali, capaci di creare oggetti full color (fino a 6 milioni di colori) di ogni genere e “foto fisiche”, cioè ottenute da sistemi di scansione 3D. Dai case per i cellulari ai cloni, in miniatura, di sé stessi, la lista va avanti all’infinito e, anche se per ora riguarda solo oggetti in plastica (per le stampanti casalinghe) o in metallo (per i sistemi industriali), la ricerca sui materiali continua: è già possibile stampare in 3D con legno e ceramica; presto sarà possible farlo anche con il cibo e un giorno persino con le cellule umane per creare organi artificiali. Il processo è iniziato.

LO SCENARIO GLOBALE
Non c’è più solo l’entusiasmo a supportare la crescita della stampa 3D: ora ci sono anche i numeri. Se fino a poco tempo fa i principali istituti di ricerca che seguono questo settore (Wohlers Associates e Gartner) si concentravano sulla crescita (esplosiva) dei sistemi industriali, una ricerca condotta da Smartech Markets Publishing ha rilevato che nel 2013 sono state vendute 46.800 stampanti 3D consumer (cioè quelle con un costo inferiore ai 5.000 euro/dollari), con una crescita del 32%. A supporto di questi dati anche i due più importanti produttori di stampanti 3D al mondo, Stratasys e 3D Systems, hanno rispettivamente raddoppiato e triplicato le loro vendite nel segmento consumer.

makerbot family

Per aver un quadro più completo, Wohlers Associates ha stabilito che l’intera industria della manifattura additiva (così viene generalmente definita la stampa 3D industriale) vale oggi circa 3 miliardi di dollari, dopo una crescita del 35% nel 2013). Se la manifattura additiva arrivasse a valere solo il 2% di tutta la manifattura mondiale (e gli esperti son convinti che succederà entro il 2030), il giro d’affari che ne deriverebbe sarebbe pari a 200 miliardi di dollari, cioè una crescita del 6600%. Ecco perché questo mercato fa gola tanti. Amazon inclusa.

amazon

Per la sua industria ultra-specializzata, l’Italia è da oltre un decennio uno dei più grandi utilizzatori di stampanti 3D professionali, soprattutto nel settore aeronautico, automobilistico e dentale. La stampa 3D personale è arrivata dopo rispetto agli USA e al Nord Europa ma ha immediatamente fatto breccia, offrendo alle tante piccole e medie imprese sul territorio sistemi “prosumer” a basso costo per realizzare i loro prototipi. La principale azienda italiana produttrice di stampanti 3D personali, la brianzola ShareBot, riporta vendite di oltre 100 delle sue stampanti 3D ShareBot NG (che costano intorno ai 1.500 euro) al mese. L’altra grande azienda italiana, DWS di Vicenza, produce stampanti 3D di alto livello e fatica a soddisfare la richiesta mondiale dei suoi sistemi, tanto che sta costruendo un nuovo impianto produttivo.

EVOLUZIONE E DISTRIBUZIONE
L’evoluzione della stampa 3D segue quella di alcuni dei principali prodotti di elettronica di consumo del passato. Come le stampanti 2D, di cui ha preso il nome, ha offerto la possibilità di portare il virtuale fuori dal computer, solo che se prima si trattava solo di “contenuti” (foto, testi) ora si tratta di oggetti reali. Allo stesso tempo segue anche l’evoluzione dei computer, con la rapidità produttiva che accelera a un tasso da legge di Moore e la capacità di gestire file sempre più complessi. Ed è anche un elettrodomestico: GE sostiene che entro il 2015 ci sarà una stampante 3D in ogni casa e che la utilizzeremo per creare oggetti di uso domestico e persino il cibo.

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Come accaduto per tutti questi prodotti si sta quindi definendo uno scenario distributivo che si basa su realtà specializzare e grande distribuzione, con l’aggiunta, naturalmente, dell’online, che per alcune aziende è un rischio Se da una parte la stampa 3D ri-fisicalizza gli oggetti, cioè riporta l’attenzione sui contenuti fisici invece che su quelli virtuali (e stimola quindi l’apertura di nuovi negozi dedicati), dall’altra permette di fare con gli oggetti quello che è accaduto con i contenuti (musica, film e videogiochi): cioè scaricare illegalmente copie (sicuramente di qualità inferiore) di ogni prodotto da riprodurre in casa. Questo non accadrà ancora per alcuni anni ma è una possibilità da tenere in considerazione, adottando da subito i modelli di vendita e protezione adeguati.

Fino a quel momento le stampanti 3D tenderanno a favorire la vendita specializzata e assistita anche se negli USA stiamo già assistendo all’interesse da parte della grande distribuzione, complice il recente lancio sul mercato di sistemi “consumer” sempre più facili da utilizzare da parte dei due più grandi produttori mondiali: la linea Cube di 3D Systems e la linea Replicator di Stratasys/MakerBot. Staples, la grande catena di articoli per ufficio, è stata tra le prime a trattare la Cube e offre regolarmente servizi di stampa 3D attraverso la tecnologia Mcor (che produce modelli tridimensionali a colori ritagliando e incollando insieme normali fogli di carta A4). Recentemente si è aggiunto anche Home Depot, che tratta le stampanti MakerBot considerandole dei veri e propri strumenti da lavoro per il fai-da-te.

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In Italia MediaWorld ha fatto un timido tentativo con una stampante 3D generica importata dall’Asia ma – come Amazon all’inizio – senza troppa convinzione e pubblicità. Invece al momento, sopratutto in Italia, funziona il modello di business assistito. Infatti proprio in Italia è nato il primo franchise al mondo di stampa 3D: si chiama 3DiTALY e ha già aperto a Roma, Pescara, Ragusa, Milano e Torino: nessun altro al mondo ha già aperto 5 diversi negozi di stampa 3D con la stessa insegna. Il fenomeno comunque si sta diffondendo: esistono ormai negozi di stampa 3D in tutte le principali città del mondo e anche in molte città piccole e isolate. Questo perché, insieme alla personalizzazione totale e all’abbattimento dell’economia di scala (il costo per un singolo oggetto è uguale a prescindere dalla quantità di copie prodotte) la più grande promessa della stampa 3D è la delocalizzazione, cioè la possibilità di produrre qualsiasi cosa ovunque: basta avere un collegamento a Internet e importare il materiale grezzo.

FUTURO ON DEMAND
Nonostante il giustificato entusiasmo per le possibilità aperte dalla stampa 3D consumer, bisogna dire che si tratta di un mercato di nicchia e che lo sarà ancora per alcuni anni. I limiti degli oggetti che è possibile stampare (singolo materiale, con difetti e superfici irregolari) restano significativi, soprattutto in ambito consumer, e uno dei principali limiti – paradossalmente – è il tempo necessario. Creare un oggetto da zero con i metodi manifatturieri tradizionali può richiedere mesi, se non anni, mentre con la stampante 3D è questione di giorni, se non ore. Eppure stampare in 3D un mestolo da cucina o un set di Lego sicuramente richiede molto più tempo che andare in un negozio vicino a casa a comprarlo. Rispetto all’eCommerce, però meno, si possono abbattere i tempi e i costi di spedizione, visto che basta scaricare il file dell’oggetto via Web.

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I file digitali con le istruzioni per riprodurre l’oggetto, sono generalmente in formato .STL, che è un po’ come “l’MP3 degli oggetti”, e si possono scaricare gratuitamente o a pagamento da decine e decine di banche dati. Da poco è nato persino un brower, Yobi3D, che permette di trovare l’oggetto desiderato andando a esplorare tutto quello che la Rete offre. Il più grande contenitore di oggetti virtuali stampabili si chiama Thingiverse, l’universo delle cose, ed è di proprietà di MakerBot: contiene oltre 300.000 oggetti tra accessori, gadget, giocattoli e persino scarpe e gioielli. Acquistata una MakerBot 5th Generation, la nuova stampante 3D lanciata la scorsa primavera, basta tirarla fuori dalla scatola, accenderla e collegarla alla rete Wifi di casa. Con un’App ci si collega a Thingiverse, da computer o smartphone, e poi basta premere il tasto “Print” per stampare qualsiasi cosa. La sensazione che deriva dall’avere a portata di dito un intero universo di oggetti è fortissima ed è la migliore garanzia sul futuro della stampa 3D.

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