L’open source può veramente cambiare il mondo della ricerca scientifica?

Il professor Joshua Pearce è un esperto nel calcolare i potenziali risparmi derivanti dall’adozione di tecnologie open source in un laboratorio scientifico. Le sue scoperte hanno indicato diversi milioni di dollari in risparmio per le aziende e le università che utilizzavano la tecnologia RepRap per la fabbricazione di prodotti di base di ricerca medica. Ma l’open source davvero rappresentare il futuro per i laboratori scientifici, sostituendo persino i progetti multi-milionari?

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In molti sono scettici, ma non il professor Pearce. La sua ricerca approfondisce l’impatto delle tecnologie fotovoltaiche, lo sviluppo eco-sostenibile, l’open source e la politica energetica applicata. In particolare, il suo laboratorio sin dal 2009 si concentra sull’introduzione della stampa 3D con RepRap, recyclebots, sistemi di stampa in metallo a basso costo e progetti per la produzione distribuita – e ha anche scritto un libro sull’utilizzo di apparecchiature open source in laboratorio.

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“Abbiamo iniziato con le stampanti 3D open source non appena sono diventate abbordabili come costo”, ha spiegato il professore. “Tutto questo ha portato enormi vantaggi per i laboratori e per la nostra università, con diverse migliaia di dollari risparmiati e permettendoci gradualmente di investire in macchinari più costosi. Credo che questa sia una tendenza inarrestabile e, soprattutto, estremamente utile per lo sviluppo della ricerca”.

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Il concetto di fondo è che l’applicazione di tecnologie open source può offrire attrezzature di laboratorio normalmente moto costoso a un prezzo notevolmente più contenuto e sostenibile economicamente. Rendendo i pezzi meno costosi attraverso l’impiego della stampa 3D, molte università saranno in grado di investire in attrezzature migliori, accelerando il ritmo della scoperta scientifica e, allo stesso tempo, sopperendo alla costante richiesta di componenti commerciali più costosi.

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“Non è una questione di risparmio di denaro, ma utilizzarlo meglio”, afferma il dottor Perace. “Siamo in grado di investire 2.000 dollari nella progettazione e nella prototipazione dei componenti, il cui design può essere replicato però un numero infinito di volte, rendendo così il risparmio esponenziale. Senza contare che altri laboratori possono utilizzarlo e migliorarlo, creando ancora più benefici e aggiungendo valore al progetto originale”.

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Tutto ciò è grandioso, ma non tutte le grandi aziende vedono i benefici dell’open source, essendo focalizzate sulla protezione dei propri brevetti, costati diverse centinaia di milioni di dollari. “Questo è un modo di pensare legato al passato, ma in molti casi ancora valido. Tuttavia, il ritmo dell’innovazione è così veloce che 20 anni per un brevetto è ormai un lasso di tempo anacronistico”, ha spiegato il professor Pearce. “Basta pensare dove eravamo con la tecnologia di due decenni fa, con i primi smartphone e le TV al plasma a bassa risoluzione che costano diverse migliaia di dollari”.

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Non si tratta di passare da un modello commerciale incentrato sui brevetti ad uno open source, dato che la maggior parte della ricerca medica e scientifica è già open source – con dati e informazioni regolarmente condivise tra i gruppi di ricerca. Le imprese più grandi hanno solo bisogno di capire che questo sta accadendo e che dovranno adattarsi se non vogliono, nel lungo periodo, essere lasciate indietro quando la stampa 3D sarà onnipresente. Ma quando accadrà? Il professor Pearce ritiene che anche stia già accadendo, almeno a livello accademico. La maggior parte delle università hanno già stampanti 3D e nella maggior parte delle scuole gli studenti possono accedere a questi sistemi. Per le generazioni più anziane può essere un po’ più difficile abituarsi, ma per le nuove generazioni l’idea di ciò che si può fare materialmente è già abbastanza chiara nelle loro menti.

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