L’Open Design e Il Felfil per progettare un futuro più sostenibile con la stampa 3D

Per la serie di collaborazioni con i protagonisti della stampa 3D, pubblichiamo questo testo che ci è stato inviato dal Collettivo Cocomeri, un giovane team di ecodesigner di Torino, che progetta e autoproduce macchinari ad uso domestico per stampare in 3D riciclando la plastica presente in casa, rilasciando tutti i progetti online attraverso una licenza open.

L’open-source e le licenze Creative Commons hanno avuto, nell’ultimo periodo, complice la crisi economica, una certa diffusione. Questo approccio alla progettazione e produzione può essere infatti un sistema valido e alternativo alle metodologie classiche.

Ne è un esempio il Collettivo Cocomeri, un team di giovani designer che hanno deciso di esplorare questa nuova opportunità all’interno della propria tesi di laurea magistrale in Ecodesign presso il Politecnico di Torino, per poi proseguire nello sviluppo del progetto, una volta terminato il percorso di studi, all’interno di TreataBit, il programma per startup dell’Incubatore del Politecnico di Torino.

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In cosa consiste questa filosofia “open” applicata a prodotti reali e non solo a programmi e algoritmi digitali? Lo spiega Fabrizio Mesiano, uno dei fondatori del Collettivo -“Si tratta di progettare e sviluppare prodotti per poi rilasciare liberamente in rete tutti i disegni tecnici e le istruzioni per la produzione artigianale o seriale che sia, coprendo il materiale con una delle licenze Creative Commons. In questo modo chiunque sia interessato può replicare il progetto con uno sforzo minimo”-. Una strategia commerciale agli antipodi, quindi, rispetto ai concetti di brevetto e royalties tanto cari ai designer di una volta. “I vantaggi sono di varia natura” – prosegue Mesiano – “Per cominciare si evita di dover incorrere in spese ragguardevoli per un brevetto che in ogni caso prevede dei tempi d’attesa piuttosto lunghi. Inoltre la libera circolazione dei progetti permette a chiunque di modificarli in base alle proprie esigenze, con l’obbligo di renderli disponibili a loro volta in rete. In questo modo un buon progetto, anche se acerbo, può maturare per mano di una comunità che contribuisce di volta in volta in base alle proprie esigenze.”

Quest’ultimo aspetto pare essere molto caro all’ambiente dei progettisti del terzo millennio. La creazione di un pubblico non solo interessato ad un prodotto, ma attivo nello sviluppo dello stesso, attraverso forum, social network e servizi di co-creation, permette di adeguare in maniera elastica l’offerta alla domanda.

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Ovviamente il rischio che alcune caratteristiche vengano copiate dalla concorrenza esiste. Eppure, anche questa eventualità sembra avere dei risvolti positivi. Fabrizio Pasquero, responsabile commerciale del Collettivo Cocomeri, spiega: “Non solo non ci preoccupiamo di eventuali “copie”, ma viceversa, le vediamo come opportunità. Gli hardware così come i software sottoposti a licenza open impegnano chi li modifica a citare la fonte originale. Dunque, pur avendo qualche mancato guadagno nel breve termine, si ottiene comunque una grande visibilità che, per certi versi, ha un’importanza maggiore”.

Una caratteristica che si rivela decisiva nel caso di progetti a forte connotazione sociale, come è il caso di Felfil, il nuovo open-hardware presentato dal Collettivo.

Pasquero ci spiega la genesi dell’idea: “Volevamo dimostrare l’esistenza di nuove strade e possibilità per i progettiiti contemporanei, per questo abbiamo deciso di concentrarci nell’ambito dell’autoproduzione e dell’open design, fermo restando la volontà di realizzare un prodotto che fosse utile in un’ottica di ottimizzazione delle risorse”. Nasce in questo modo Felfil, un piccolo macchinario per uso domestico che promette di rendere più economica e sostenibile la pratica della stampa 3D. Grazie a Felfil, infatti, sarà possibile riciclare la plastica utilizzata per stampare, abbattendo costi e scarti, e aumentandone la diffusione su scala globale.

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Fabrizio Mesiano continua “Siamo orgogliosi del nostro progetto. Non solo per la funzione che svolge, ma più in generale per come è stato costruito partendo da componenti di recupero e semplice minuteria. Il motore elettrico interno, ed esempio, è quello di un tergicristallo d’automobile, recuperato a costo zero da uno sfasciacarrozze. In questo modo si può realmente incentivare l’autoproduzione, e nel prossimo futuro abbiamo intenzione di dare luce ad altri progetti di questo tipo.”

Il Collettivo Cocomeri è quindi già concentrato sulle sfide future, impegnato non solo nel realizzare ottimi prodotti ma anche nel battere nuove vie per quanto riguarda la comunicazione e la diffusione degli stessi. Trovando nella filosofia open una valida alternativa alle metodologie classiche. Per chi volesse avere ulteriori informazioni o contribuire al loro progetto potrà farlo attraverso il sito web collettivococomeri.com o su facebook all’omonima pagina.

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