Stampa 3D e malaria: una prima soluzione in Zambia

Esistono aree del mondo dove di malaria si continua a morire ogni giorno, soprattutto bambini. I vettori biologici sono le zanzare del genere Anopheles, ma le cause dell’alta mortalità sono spesso soprattutto sociali ed economiche. Povertà, scarsa igiene e pochi controlli fanno sì che l’infezione si diffonda invisibile e letale, senza lasciar scampo.

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Avere una cura è un privilegio, ma non basta. Le terapie vanno somministrate il prima possibile e per farlo sono necessari mezzi, troppo costosi, e diagnosi precoci di cui mancano kit universalmente utilizzabili. I limiti principali alla cura sono perciò l’accessibilità economica e logistica, almeno se guardiamo il problema con un approccio tradizionale.

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I ricercatori della Vanderbilt University di Nashville, Tennessee, in collaborazione con il personale in Zambia hanno provato a proporre una soluzione introducendo l’uso della stampa 3D. Grazie a quest’ultima, è stato possibile progettare dei kit diagnostici capaci di aumentare l’efficacia di quelli già esistenti, riducendo i costi e anticipando le cure ai malati, aspetto di vitale importanza per l’esito della terapia. Pur essendo stati sviluppati in America, per arrivare in Africa i kit non hanno mai viaggiato su alcuna nave o aereo. Il tempo necessario a “trasportare” questi progetti è stato esattamente quello di una mail spedita da un capo all’altro del mondo. Teletrasporto? No, semplicemente il potere della stampa 3D. Il lavoro come le spese possono concentrarsi così sullo sviluppo dell’idea e dei dispositivi che una volta pronti possono essere spediti con un click. In Zambia, specialisti del settore hanno solo dovuto scaricare i file e stamparli sul posto assicurando test e relativi risultati nel giro di poche ore.

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Due le persone da cui è partita l’idea, l’americano Dr. Joseph Conrad e la Dott.ssa Priscilla Lumano-Mulenga residente nello stato africano. La collaborazione a distanza è nata prima grazie agli sforzi fisici dei due ricercatori per poi essere potenziata e distribuita attraverso la rete. La possibilità di produrre in loco un progetto nato dall’altra parte del globo ha permesso di andare direttamente incontro alle comunità locali bisognose d’aiuto invece che spingere queste, spesso invano, a presentarsi di persona.

I primi risultati mostrano come il test sia in grado di valutare la presenza o meno di malaria entro pochi minuti, senza bisogno di risorse come elettricità, acqua e competenze specifiche, mentre il team già pensa come trasferire soluzioni simili per la diagnosi di altre malattie quali Ebola e HIV.

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Le nuove tecnologie come la stampa 3D non sono più solo prototipali, ma generano soluzioni reali i cui effetti sono tanto più evidenti quanto più mancano le risorse che noi riteniamo scontate, come appunto in Africa. Un intero continente, abitato da più di 1 miliardo di persone, sconvolto da guerre e povertà, ma che vive la tecnologia come opportunità di organizzazione, salute e commercio. Lo fa personalizzandola alle necessità locali, preferendo soluzioni mobili e leggere per superare ostacoli umani e naturali entro distanze enormi. Spesso ecosostenibili, le applicazioni scelte dalle comunità africane non escludono la tradizione ma anzi integrano i propri materiali e abitudini con il bagaglio di conoscenze importate via rete, cercando il compromesso tra efficacia e risparmio come nel caso dell’Ouagalab, FabLab del Burkina Faso. L’Africa sta incubando un grande movimento di innovatori che possiamo aiutare insieme, ma dalla quale noi stessi possiamo trarre molta esperienza per affrontare sfide che in futuro interesseranno noi tutti.

Valentino Megale – Open BioMedical Initiative

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