Pylos, le case stampate in 3D di Sofoklis Giannkopoulos, prendono forma

Ho incontrato per la prima volta Sofoklis Giannakopoulos al 3D Print show di Londra circa un anno fa e sembra che sia passata un’eternità. Lì mi aveva mostrato i primi passi della sua ricerca sui materiali sostenibili (fondamentalmente il terriccio) che potevano essere estrusi da un braccio robotico per costruire strutture abitative.

Sono accadute molte cose da allora e molti nuovi risultati sono stati raggiunti nell’affascinante campo delle case stampate 3D ma tutti si riducono a un aspetto fondamentale: i materiali corretti.

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A quel tempo Sofoklis, che stava dirigendo il progetto Pylos presso l’università IAAC di Barcellona (la stessa istituzione di cui fa parte il FabLab della città catalana), era alle prime fasi della sua ricerca, che aveva cominciato in collaborazione con Enrico Dini di D-Shape, uno dei primi visionari del concetto di casa stampata 3D.
Quello che mi aveva mostrato era un blocco di terriccio incredibilmente duro che, mi spiegò, poteva essere usato per costruire e aveva proprietà meccaniche comparabili a quelle del cemento armato.

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Ora il progetto Pylos per stampe 3D su grande scala si è messo in proprio, investigando la possibilità di una fabbricazione e produzione additiva on-site con l’uso di materiali locali e al 100% naturali.

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L’idea di usare materiali per costruzione a Km zero è la stessa proposta da WASP, l’azienda italiana che ha recentemente presentato la sua stampante 3D Delta alta 12 metri per la costruzione di strutture abitative.

La principale differenza tra i due progetti è che WASP all’ inizio si è focalizzata sulla sostenibilità della tecnologia e ha ora cominciato a investigare i materiali ideali.

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Pylos, d’altro canto, ha usato un robot Kuka solo per fare affidamento sulle sue capacità meccaniche, mentre la ricerca era focalizzata sulla composizione e la densità dei materiali ideali.

Entrambi i progetti, comunque, son giunti alla stessa conclusione che “questo materiale non può essere nient’altro che il terriccio”.

Come spiega il team di Pylos sul sito web IAAC: “il progetto si focalizza sulle proprietà naturali del terreno… I vantaggi di una struttura basata sul terreno sono fondamentalmente collegati sia all’ ambiente sia all’ economia, essendo questo materiale sicuro e amico dell’ambiente. Il terreno, inoltre, offre i benefici di un isolamento naturale, la protezione dal fuoco, la circolazione dell’aria, costi bassi, strutture riciclabili al 100%, durezza, grande forza, effetto volano termico, basse emissioni per l’effetto serra, una regolazione del clima e un ambiente interno più salubre.”

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Ora il progetto è cresciuto al punto che Sofoklis è stato in grado di costruire, come dimostrazione del concetto, parecchie strutture di grandi dimensioni. Queste partono da 930 mm e una è alta fino a due metri: tutte si evidenziano per la bellezza delle geometrie curve che i processi additivi possono creare più facilmente rispetto ad angoli acuti e pareti dritte.

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Vedere il robot nel video precedente estrudere il terreno e creare le strutture è quasi ipnotizzante.

Il progetto di Sofoklis potrebbe rivelarsi di fondamentale importanza per molti dei progetti di stampanti 3D per case che sono emersi lo scorso anno, molti dei quali mirano a risolvere il crescente problema della disponibilità di case economiche e rispettose dell’ambiente. Problema che continuerà a peggiorare se si proseguirà a questo tasso di sviluppo.

Pylos si focalizza nello studio del comportamento del terreno quando viene mescolato ad altri componenti, per una migliore comprensione del materiale e dei composti potenziali.

Secondo il team di Pylos i materiali ottenuti in questa prima fase del progetto di ricerca sono estremamente promettenti e potrebbe portare a un nuovo materiale (fatto al 96% di terreno) che ha una resistenza alla trazione 3 volte superiore rispetto all’ argilla industriale.

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Sul sito web di Pylos c’è una citazione del famoso architetto egiziano Hassan Fathy, che è stato un pioniere nello studio della “tecnologia appropriata” per costruire in Egitto, lavorando in particolare per ristabilire l’uso dei mattoni di fango (o adobe) e le costruzioni tradizionali in luogo della progettazione e degli edifici occidentali.

“Ironicamente, la maggior parte dell’edilizia pubblica nel mondo oggi è fatta senza la cooperazione dell’architetto o della società. E’ una decisione burocratica presa dagli appaltatori. Che sia orizzontale o verticale, quasi immediatamente diventa una catapecchia. E’ forse l’ironia finale della nostra epoca. Costa di più produrre questo tipo di bruttezza rispetto a qualcosa che ci potrebbe portare verso case migliori e più belle, semplicemente perché non possiamo permettercene di pensarne altri tipi”.

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Questo stesso pensiero potrebbe adattarsi a parecchie applicazioni della stampa 3D, partendo dalla (o tornando alla) Terra.

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